La storia di Clito il nero, da salvatore di Alessandro Magno a sua vittima

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Alessandro Magno e i suoi soldati

Quanto accadde a Clito il nero sconvolse l’animo di Alessandro Magno, che gli era sempre stato grato per averlo salvato da morte certa in battaglia, e che lo ricambiò, senza volere, assassinandolo.  Nel medesimo istante in cui si accorse della gravità del gesto compiuto, tentò il suicidio, utilizzando la stessa lancia con cui aveva ferito il compagno. Fu fermato dagli eteri, i suoi soldati più valorosi.

Partiamo dal principio. Clito era un veterano di Filippo II di Macedonia, padre di Alessandro Magno. Aveva combattuto molte battaglie al suo fianco e quando gli successe il figlio, nel 336 a.C. lo sostenne e fu un generale su cui si poteva fare affidamento, per capacità e lealtà. Era anche il fratello di Lanice, la nutrice di Alessandro che lui amava profondamente, considerandola una madre, visto che la sua, Olimpiade, anche se molto bella, era tutt’altro che dolce, ossessionata dal suo amore per i serpenti e dal figlio, per cui aveva previsto, attraverso oracoli della cultura epirota, un destino che lo avrebbe fatto annoverare tra le divinità.

Alessandro mise Clito il Nero a capo degli  “àghema”, le sue guardie del corpo, incaricate di proteggerlo in guerra.

Se non fosse stato per Clito Alessandro, secondo il racconto dello storico Arriano, sarebbe morto nel 334 a.C. nella battaglia del Granico, quando il condottiero si lanciò avventatamente contro i persiani, alla testa di 13 squadroni di cavalleria. Mentre si stava scontrando in un corpo a corpo con un soldato nemico, sopraggiunse un altro uomo, che lo riconobbe per l’elmo che lo distingueva dagli altri e lo stava per pugnalare alle spalle. Ma lì c’era anche Clito, che lo uccise prima che il soldato potesse scagliarsi contro  il suo re.

Clito cadde in disgrazia quando durante un banchetto, ubriaco, espresse il suo disappunto per la politica di espansione verso oriente, per il cerimoniale persiano che prevedeva la riverenza al re. Esaltò anche le gesta di Filippo II, definendolo superiore ad Alessandro. Gli storici concordano nel dire che il conquistatore avesse due difetti, l’impulsività legata agli scoppi d’ira, e la tendenza a bere troppi alcolici. Il vino fu la condanna di entrambi. Clito parlò annebbiato dalla bevanda, e nonostante fosse stato portato lontano dai soldati per evitare il peggio, rientrò nel luogo dove si stava svolgendo il banchetto, per continuare la sua arringa contro Alessandro, colpevole di averlo messo a capo di un territorio molto lontano, quasi a volerlo togliere di mezzo.  Alessandro, non ci vide più dalla rabbia, e  uccise Clito trafiggendogli il petto con una lancia. Immediatamente, pentito e inorridito per la gravità del suo gesto, estrasse la lancia dal corpo del suo vecchio amico e tentò di uccidersi, fermato dalle sue guardie. Non mangiò per tre giorni, volendosi lasciar morire. Fu convinto a sopravvivere dal filosofo Anassarco, che gli spiegò che le azioni dei re non vanno giudicate, sono sempre giuste.

I complotti contro gli ebrei, dal Medioevo a Hitler

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La peste nera e gli ebrei untori

Episodi di persecuzione agli ebrei si registrano fin dal Medioevo, additati come colpevoli per ogni sciagura del genere umano, specialmente per le epidemie di peste.

Le dicerie popolari, considerandoli i colpevoli della morte di Cristo, ritenevano che avessero  stipulato un patto col diavolo che li aveva dotati di sostanze malefiche con le quali, di notte, ungevano le porte di quelle famiglie che volevano colpire con il morbo. Oppure avvelenavano i pozzi.

Ci sono fonti medievali che riportano storie bizzarre di ebrei simili agli odierni vampiri, che avendo ricevuto un maleficio conseguente al loro ruolo nella crocifissione,  ogni mese perdevano grandi quantità di sangue, erano costretti a rapire dei cristiani, anche bambini, e a dissetarsi col loro sangue. Un’altra versione sostiene che rubassero le ostie consacrate nelle chiese , per poi pugnalarle con affilati coltelli. Da quel fendente sgorgavano ruscelli di sangue da cui si abbeveravano.

Perché nei secoli sono stati sempre gli ebrei il capro espiatorio additato per le catastrofi? E soprattutto perché gli altri ci credevano?

C’è da dire che il processo di colpevolizzazione funziona solo se l’accusato è plausibile, cioè se gode già di una pessima fama, e nel caso degli ebrei si trattava di una minoranza etnica. Anche ricca, con lavori prestigiosi, vittima di invidia.

Il processo che porta al delirio nazista tuttavia, ha principio in Russia con la circolazione di un falso storico (dal 1903), “I protocolli dei savi anziani di Sion”, documenti elaborati dall’Ochrana, la polizia segreta zarista, per fomentare l’odio verso gli ebrei, ponendoli al centro di una cospirazione massonica e segreta per impossessarsi del mondo.

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I cancelli di Auschwitz

Purtroppo questo testo arrivò nelle mani di Hitler, che dal letto di ospedale dove era ricoverato quando apprese della resa senza condizioni inferta alla Germania alla fine della Grande Guerra, scrisse il  Mein Kampf (La mia battaglia), dove da quello stesso giaciglio riportò quelli che sarebbero stati i suoi obiettivi futuri. Secondo Adolf Hitler,  la Germania aveva ricevuto nel conflitto “Una pugnalata alla schiena”, ovvero non era stata sconfitta da un nemico esterno in battaglia, ma era caduta per gli ammutinamenti di soldati tedeschi, come nella base navale della Kaiserliche  di Kiel, il 3 novembre 1918 e per le rivolte scoppiate a Berlino e a Monaco, poco dopo.

Hitler scriverà che quello che accadde fu il frutto di un complotto ebraico, richiamando quanto indicato nei Protocolli di Sion e che i mezzi che gli alleati del diavolo usavano, erano il matrimonio misto per imbastardire la razza ariana e il marxismo, strumento politico per annebbiare le menti.

“Se l’ebreo – scrisse Hitler nel Mein Kampf – con l’aiuto del credo marxista, vince i popoli di questo mondo, allora la sua corona sarà la corona funebre dell’umanità […]”

Hitler con i suoi collaboratori promulgò Le leggi di Norimberga  il 15 settembre del 1935

I suoi decreti negavano agli ebrei ogni sorta di diritto giuridico e civile. Si vietarono i matrimoni misti. Gli ebrei furono cacciati dalle scuole: maestri, professori e alunni. Furono dapprima concentrati nei ghetti, poi portati nei lager. Subendo pene infernali, oggetto di esperimenti, torture, crudeltà psicologighe, spossati dal lavoro, dalla fame, dal dire addio, da un momento all’altro, ad un figlio, ad un genitore, ad un fratello, ad un marito.

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Hitler, Eva Braun e il pastore tedesco adorato dal Furer

Hitler anche morendo, suicida, il 30 aprile 1945, ingerendo prima cianuro e poi sparandosi un colpo in testa, non si pentì mai di quello che aveva fatto. Anzi ai suoi collaboratori disse che preferiva uccidersi, e portare con se Eva Braun, sposata il giorno prima, e il suo cane,  perché quei tedeschi che erano rimasti a combattere, non erano veri ariani, e non si meritavano un capo come lui. Gli ariani tedeschi, coraggiosi ed eroici, erano già tutti morti, perché non avevano esitato a lanciarsi per primi verso il nemico, in battaglia.

Perché il delirio di un uomo ebbe tanti seguaci in Germania? Perché il popolo tedesco, all’indomani della Prima Guerra Mondiale, era alla fame, prostrato dagli accordi di pace della conferenza di Londra del 1919. E Adolf Hitler, ad un popolo di disperati promise un sogno: quello di far tornare la Germania e i tedeschi ad essere grandi.

Per noi è un dovere morale, oggi 27 gennaio, ricordare ciò che è stato. E’ così che affido le ultime battute di questo testo a Primo Levi con Se questo è un uomo, del 1947. Perché se non si tramanda la storia e non si ricordano gli errori, non è detto che essi non possano essere ripetuti. Le nuove generazioni devono conoscere le conseguenze degli sbagli, per evitarli.

 

Se questo è un uomo

Primo Levi

Voi che vivete sicuri

nelle vostre tiepide case,

voi che trovate tornando a sera

il cibo caldo e visi amici:

Considerate se questo è un uomo

che lavora nel fango

che non conosce pace

che lotta per mezzo pane

che muore per un si o per un no.

Considerate se questa è una donna,

senza capelli e senza nome

senza più forza di ricordare

vuoti gli occhi e freddo il grembo

come una rana d’inverno.

Meditate che questo è stato:

vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

stando in casa andando per via,

coricandovi, alzandovi.

Ripetetele ai vostri figli.

O vi si sfaccia la casa,

la malattia vi impedisca,

i vostri nati torcano il viso da voi.

 

 

I filosofi e l’amore: speciale san Valentino

Se volessimo indire un concorso, tra i filosofi di tutti i tempi, per scoprire chi trionferebbe nelle varie categorie delle sfumature dell’amore, potremmo procedere così.

Chi vincerebbe nella sezione “Dell’amore non corrisposto”?

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Lou Salomè

Io voterei per il povero Friedrich Nietzsche, che all’apparenza, con i suoi folti baffi neri e l’aspetto tozzo, non era una grande bellezza, ma era pur sempre super intelligente. Tant’è che ottenne a soli 24 anni, la cattedra di filologia greca e latina all’Università di Basilea. La donna che attrasse i suoi desideri, sentimentali e carnali, fu la giovane ex ballerina russa Lou Salomè, una bellezza sinuosa e delicata per i canoni di fine Ottocento. Il filosofo se ne innamorò perdutamente, oltre che per la sua avvenenza,  per la sua intelligenza.

Lou era figlia, unica donna su una prole di sei, di Gustav, un generale russo, la cui dimora era di fronte al Palazzo d’Inverno. La ragazza ricevette un’istruzione lodevole: conosceva il francese, il tedesco, era erudita di filosofia, teologia e storia delle religioni. Il suo talento, la sua preparazione e il suo sapersi presentare in società, la trasformarono, nella vita, in una scrittrice e in una psicoanalista, collaboratrice molto apprezzata da Sigmund Freud.

Ella conobbe Nietzsche che all’epoca aveva 38 anni nel 1882, a Roma in San Pietro, quando lei ne aveva appena 21. Il filosofo tedesco, fu invitato dal collega Paul Rèe a conoscere questa donna straordinaria di cui anche lui era innamorato, e dichiaratosi era stato rifiutato. Per Nietzsche  fu amore a prima vista e le chiese:  “Cadendo da quali stelle ci siamo venuti incontro fin quaggiù”?

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Lou Salomè, Paul Rèe, Friedrich Nietzsche

Il tedesco le propose di costituire una sorta di cenacolo, una trinità filosofica, con il comune amico Paul Rèe, che di anni ne aveva 32.

Friedrich era un uomo che non perdeva tempo e propose a Lou di sposarlo, ma lei rifiutò. Lui cadde in una profonda depressione, e non le rivolse più la parola. Lei pur non essendo attratta fisicamente da Rèe, ma solo intellettualmente, andò a convivere con lui. La sorella di Nietzsche, Elisabeth, che la odiava profondamente, fu molto felice di apprendere della lite col fratello. Ben pensò anche di ricattarla. Le intimò che mai più avrebbe dovuto cercare Friedrich nella sua vita, altrimenti lei l’avrebbe denunciata alla polizia. Ai tempi, difatti, convivere per una donna nubile, era reato e si rischiava la galera.

Il legame con Rèe, tuttavia, non durò più di due anni e Lou finì per sposare l’orientalista Andreas, che aveva tentato il suicidio dopo il suo rifiuto, ma alla fine l’aveva convinta. Il loro matrimonio non fu consumato. La prima volta della rubacuori Lou Salomè ci fu con il poeta Rilke, giovane ventiduenne, quando lei di anni ne aveva 36. L’esperienza fu così sconvolgente che la ispirò a scrivere il romanzo Erotica, che ebbe un enorme successo in Europa. Tra i due ci fu una lunga e tormentata relazione. Paul Rèe, fu ritrovato suicida in un fiume, Nietzsche morì in manicomio, non certo per colpa di Lou, ma diciamo che il suo cuore innamorato infranto ebbe un suo ruolo. Cosa aveva di tanto speciale questa donna? Probabilmente una mente brillante, rara, che fece innamorare e patire struggimento negli animi di grandi uomini di cultura dalla viva intelligenza.

 

E chi vincerebbe il trofeo per la categoria dell’amore più maledetto?

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Soren Kierkegaard

Soren Kierkegaard che lasciò la povera Regine Olsen a qualche mese dalle nozze, senza alcuna spiegazione. Il problema è che anche lui l’amava profondamente ma era convinto che sulla sua famiglia vigesse una maledizione, ereditata dal padre che durante una tempesta aveva bestemmiato Dio. La sua punizione era stata veder morire i suoi figli, uno dopo l’altro. L’unico sopravvissuto era Soren che non voleva rovinare la vita di Regine o distruggere quell’amore ideale. Ma pensò a lei per tutta la vita, consolato solo dal fatto che la incontrava spesso a passeggio per Copenaghen, anche se al braccio del marito. Kierkegaard morì di crepacuore dopo che lei fu costretta ad abbandonare la città per via del lavoro del coniuge. Lui si precipitò al porto per parlarle, a quando l’ebbe di fronte non riuscì a spiccicare una parola. Ruppe lei il silenzio: “Ti ho perdonato”.

Quando dopo qualche anno, Regine tornò a Copenaghen, per via della malattia

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Regine Olsen

contratta dal marito, e apprese che Soren era morto, ne soffrì molto. Poi fu contattata da un avvocato che la informava che Kierkegaard aveva lasciato ogni cosa che possedesse a lei. Nel suo cuore il filosofo l’aveva sempre considerata sua moglie, suo unico vero amore.Søren Kierkegaard e Regine Olsen: l’ amore oltre la maledizione

 

Chi vincerebbe invece la medaglia per l’amore più romantico?

Pietro Abelardo e la sua discepola Eloisa. Lui era un chierico, definito per bravura l’Aristotele del Medioevo, invitato dallo zio di lei a diventarne il maestro privato. Abelardo, più grande di lei, uomo molto bello, si innamorò perdutamente di Eloisa, donna dalla rara intelligenza, e i due ebbero un figlio, Astrolabio, colui che contempla le stelle. Ma lo zio Fulgenzio, non si accontentò del matrimonio riparatore e segreto per avere restituito il suo onore, celebrato in tal modo per permettere ad Abelardo di restare docente universitario. Così l’uomo in preda alla follia pagò dei malviventi per intrufolarsi di notte in casa del filosofo ed evirarlo. Ferito nell’onore Pietro tornò alla Chiesa e costrinse Eloisa a farsi suora.

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Abelardo ed Eloisa- Edmund-Blair-Leighton-1882

Si scrissero per anni delle lettere, Eloisa l’avrebbe preso anche in quelle condizioni fisiche, lui non volle. La leggenda dice che quando fu riaperta la tomba del filosofo per seppellire lei, diventata madre badessa, le sue braccia si aprirono per accoglierla in un abbraccio.

 

Infine chi vincerebbe tra i filosofi il premio per l’”amore di mentalità più aperta”?

Il medievale Aurelio Agostino, futuro vescovo d’Ippona che sarà conosciuto col nome di Sant’Agostino, che si innamorò della mulatta sua serva di famiglia, della quale non si conosce il nome, con cui convisse per oltre dieci anni. I due ebbero un figlio, Adeodato, donato da Dio, che purtroppo morì all’età di 15 anni. La madre del filosofo Monica, presenza molto autoritaria e ingombrante, lo convinse a ripudiare la sua compagna per contrarre un matrimonio d’interesse che gli permettesse di inserirsi nell’ambiente giuridico, studi portati avanti dalla gioventù. La donna gli lasciò il figlio e si ritirò in convento per tutta la vita. Agostino tuttavia non si sposò mai e intraprese la carriera ecclesiastica.

Amore e Psiche Canova
Amore e Psiche di Antonio Canova

Andando a concludere potremmo chiederci: ma l’amore che cos’è?

Ce lo dice Platone nel Simposio Che cos’è l’amore platonico? La risposta nel Simposioper bocca di Socrate. L’amore è mancanza, inquietudine rappresentata dal suo dio Eros. Figlio di Poenia, la dea della povertà, e di Poros il dio della Ricchezza, passa la vita andando dalle stelle alle stalle, perché grazie alla sua natura sa come conquistare, ma per via della sua origine miserabile perde sempre tutto. La sua costante nudità e il suo dormire sempre sotto le stelle, senza fissa dimora, gli devono perennemente ricordare il suo animo, a metà tra il tutto e il niente. La nascita di Eros, il dio dell’amore, raccontata da Platone

Tuttavia Eros, che desidera l’amore anche per sé e prima lo cerca nella bellezza dei corpi e poi nel fascino delle anime, alla fine lo troverà in Psiche, che si innamorerà di lui, per quello che è realmente, non sapendo si tratti di un dio dell’Olimpo.

 

 

Blaise Pascal e le tre scommesse di Dettonville sulla roulette.

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Blaise Pascal

Blaise Pascal, filosofo francese del XVII secolo, dimostrò il suo eccezionale ingegno fin dalla tenera età. Rimasto orfano di madre a soli tre anni, della sua educazione e di quella delle sue sorelle Gilberte e Jaqueline si occupò il padre Etienne, amorevole genitore, discendente da una famiglia benestante della nobiltà di toga.

Il piccolo Blaise si dedicava molte ore al giorno allo studio, nella fornitissima biblioteca paterna. Inventò la Pascaline, la prima calcolatrice a riporto automatico, per aiutare il genitore, incaricato della ripartizione delle tasse in Normandia. Scoprì in matematica il terorema di Pascal e in fisica il Principio di Pascal, sulla pressione che ricevono i corpi immersi in un fluido.

Il suo obiettivo filosofico, era sostituire all’esaltazione della superba ragione enfatizzata nel pensiero di Cartesio, la fede nella rivelazione cristiana.

Fu dunque, nella sua breve vita, combattuto tra l’attrazione verso la matematica e la convinzione che essa fosse inutile alla salvezza dell’anima.

Lo spirito geometrico, che deriva da una lunga concatenazione di ragionamenti, non spiega ciò che al mondo è più importante, l’anima degli uomini, che va indagata con lo spirito di finezza, che si occupa delle cose che si avvertono col cuore, che si scorgono appena più che essere viste. Ma per diffondere il suo pensiero, per riuscire ad essere convincente con il suo messaggio di fede, per potersi scontrare con colossi che avevano elaborato un metodo scientifico osannato dai più, del calibro di Bacone, Galilei e Cartesio, occorreva che lui, il giovane e malaticcio Blaise Pascal diventasse famoso. Come fare?

Uno dei passatempi più in voga dell’epoca era il gioco d’azzardo, e il ramo più apprezzato era la roulette. Chi non avrebbe voluto apprendere un metodo probabilistico per prevedere il colore e il numero che sarebbero usciti, per avere una vincita certa?

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La curva cicloide della roulette

Si nascose sotto lo pseudonimo di Dettonville e pubblicò su un giornale un pubblico concorso su tre domande inerenti la curva cicloide, ovvero quella della roulette. Mise in palio una somma di denaro per il vincitore, e diede tempo un anno per fornire tutte e tre le risposte. Ma dovevano essere date dalla stessa persona. Dichiarò inoltre, che se in questo periodo nessuno fosse stato in grado di dare le soluzioni, ci avrebbe pensato lui. Così fu, rivelando al momento del dunque, chi in realtà fosse: il filosofo Blaise Pascal.

Cosa voleva comunicare di tanto importante? Intendeva spiegare la situazione dell’animo umano, una realtà a metà tra l’infinitamente grande, ovvero il tutto e l’infinitamente piccolo cioè il nulla. Inquieto, perché non riesce a comprendere né l’uno nell’altro. Ma l’uomo, tra tutte le creature, rimane la più nobile e chiarirà i suoi dubbi nel percorso che lo condurrà a Dio, anch’esso basato su una scommessa.

“L’uomo è solo una canna, la piú fragile della natura – riassumeva la sua idea Pascal  nell’opera  Pensieri – ma una canna che pensa. Non occorre che l’universo intero si armi per annientarlo; un vapore, una goccia d’acqua bastano a ucciderlo. Ma, quand’anche l’universo lo schiacciasse, l’uomo sarebbe pur sempre piú nobile di quel che lo uccide, perché sa di morire, e la superiorità che l’universo ha su di lui; mentre l’universo non ne sa nulla”.

La figura della Befana dall’antica Roma al credo Cristiano, dal Folclore al Fascismo

 

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Ceramica della Befana – immagine dal web

<LA BEFANA vien di notte / con le scarpe tutte rotte / e nessun gliele ricuce /la Befana è pien di brace>.

Nella liturgia cristiana “Epifania” significa “la manifestazione di Gesù agli uomini come Messia”, e secondo un’antica tradizione, il Salvatore, nella sua esistenza terrena, apparve agli uomini come figlio di Dio per tre volte, a distanza di anni, ma nel medesimo giorno, il 6 gennaio: con la stella che guidò i Magi, con il battesimo nel Giordano e con la trasformazione dell’acqua in vino nella celebrazione delle nozze di Cana.

Che cosa ha a che vedere l’Epifania con la Befana? Befana non è altro che la forma dialettale di Epifania. Ma chi è la Befana?

Sono molte le leggende e soprattutto questa figura mitica ha avuto un’evoluzione storica, che ha origine nell’epoca romana.

La versione più accreditata la raffigura come una vecchia brutta, che peregrina sulla terra dall’1 al 6 gennaio. Nell’ultima notte il mondo si manifesta pieno di prodigi: gli alberi si coprono di frutti, gli animali parlano, le acque dei fiumi e delle fonti si tramutano in oro. I bambini ricevono regali; le fanciulle traggono dal focolare gli oroscopi sulle future nozze, utilizzando delle foglie di ulivo sulla cenere calda. Un’altra versione invece la vede rifiutare l’invito dei Re Magi a far visita a Gesù appena nato, giustificandosi col fatto che fosse troppo anziana per un viaggio tanto lungo. Pentitasi, si mise in cammino da sola, e non riuscendo a trovare la strada, decise di fare doni ad ogni bimbo che incontrava con la speranza che tra loro ci fosse il Salvatore.

Gli antichi romani celebravano l’inizio dell’anno con delle feste in onore del dio Giano – di qui il nome Januarius al primo mese – e della dea Strenia – strenna è sinonimo di regalo. Le solennità dedicate alle due divinità erano le “Sigillaria”, quando ci si scambiava auguri e doni in forma di statuette d’argilla, o di bronzo e perfino d’oro e d’argento. Tali festività erano attese specialmente dai bambini che ricevevano in dono i loro “sigilla” in forma di bamboline e animaletti di pasta dolce. Questa tradizione si radicò così fortemente nel popolo che anche la Chiesa, nel medioevo, dovette tollerarla e adattarla alla sua dottrina.

La Befana, divenne un giudice equo, buono o cattivo a seconda dei casi, che premiava con doni e puniva col carbone.

Una certa tradizione vuole la Befana nera, perché si rifà al racconto dei magi dall’oriente, tra i quali uno era nero di carnagione… ma, secondo altri, la “vecchia” ha solo il viso scuro, giacché è pur sempre una strega, anche se di buon cuore, e come tutte le megere che si rispettino anche lei deve avere qualcosa di tenebroso…

befanaI suoi doni originariamente erano modesti: arance, mandarini, fichi secchi, castagne, mele, uva secca, dolciumi fatti in casa. Col tempo e a seconda delle disponibilità finanziarie delle famiglie, i doni divennero sempre più consistenti, come giocattoli, vestiario e denaro. In molte regioni italiane per l’Epifania si preparano torte a base di miele, proprio come facevano gli antichi romani con la loro focaccia votiva dedicata a Giano nei primi giorni dell’anno.

Il carbone, invece, con il suo colore, simboleggia il peccato, e più brace il bambino trova nella sua calza e più significa che è stato cattivo durante l’anno!

I calzini sono appesi al camino poiché si pensa che gli spiriti possano entrare in casa solo attraverso il fuoco.

In Italia la Befana ha una storia tutta particolare, legata anche a vicende politiche.

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La Befana fascista – immagine dal web

Nel Novecento la sua figura subisce un declino ma un suo rilancio, avviene negli anni Venti, per iniziativa di Benito Mussolini, che vede in questa festa un fenomeno folcloristico tipicamente italiano, da contrappore a tutti gli altri miti natalizi provenienti dall’Inghilterra e dall’America. Si arriverà a parlare di “Befana fascista”.

Nel 1977, in un clima di austerità, e nel tentativo di limitare i cosiddetti “ponti festivi”, il governo Andreotti emanò una legge che eliminava l’Epifania dal calendario civile e religioso. Ci sono voluti ben 9 anni di protesta, di dibattiti, di discussioni, per far ritornare la “Signora” a nuova gloria. Il Consiglio dei Ministri reintrodusse la festa con decreto del dicembre 1985.

E allora tutti con gli occhi in su per vedere se la Befana si muove ancora a bordo della sua scopa o si è tecnologizzata anche lei con qualche mezzo di trasporto moderno… magari un’aspirapolvere?

In quale dei tre Stadi di Kierkegaard vi riconoscete: estetico, etico o religioso?

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Ritratto di Soren Kierkegaard

La condizione degli uomini per Soren Kierkegaard è l’esistere, termine che deriva da existere, ovvero uscire dall’infinità. L’individuo  a cui il filosofo è interessato è il singolo uomo che, appena prende coscienza delle sue caratteristiche, si scontra con il nulla, a metà tra essere e non essere. Dovrà dunque scegliere, giacché si troverà di fronte ad un’infinità di possibilità, caratterizzate tuttavia dalla categoria del forse, che impedirà all’uomo di protendere verso qualcuna,  paralizzandolo e gettadolo nello sconforto dell’angoscia.

Kierkegaard studiando l’uomo nella sua reale concretezza, individua tre stadi alternativi in cui l’umanità è suddivisa in base alle sue caratteristiche: Stadio Estetico il cui rappresentante è il Seduttore, lo Stadio Etico, rappresentato dal buon padre di famiglia e lo Stadio Religioso, incarnato nella figura di Abramo.

Ogni Stadio è nettamente separato dagli altri, ed implica un passaggio di perfezionamento per delle scelte fatte.

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Un’incarnazione del seduttore di Kierkegaard può essere il Don Giovanni di Mozart

Lo Stadio Estetico è quello caratteristico delle persone che considerano il mondo come un’immensa opera d’arte di cui godere. Siccome assaporano tutto non si sentono in obbligo di fare alcuna scelta e di impegnarsi in nulla. Ben presto tuttavia questi Don Giovanni, si sentiranno annoiati, disperati e cadranno nell’indifferenza a tutto, poiché non si sono appassionati a nulla di specifico, diventando disperati. Avverrà una rottura con questa vita da esteta chiamata Ironia, poichè l’infinito sembra prendere in giro l’uomo, attirandolo a se, ben sapendo che il finito non lo potrà mai raggiungere.

Come fa il seduttore ad abbandonare lo Stadio Estetico? Scegliendo una donna tra tante, innamorandosi. Diventa dunque un uomo coniugato, rappresentate dello Stadio Etico. I suoi valori saranno quelli del buon padre di famiglia, onestamente dedito alla moglie e ai figli. Il lavoro, l’impegno nella società e l’amicizia diverranno elementi fondamentali nella sua vita. Tuttavia la fedeltà a una norma esterna, per il filosofo, non può vincere l’angoscia. Per tale motivo per Kierkegaard non è questo lo stadio migliore.

L’etica diviene la chiave di volta, che permette la rinuncia al finito per abbracciare l’infinito. La rottura avviene nella paradossalità di un evento biblico, la vicenda di Abramo. Prima Dio gli concede di avere un figlio, Isacco, e poi gli chiede di sacrificarlo. L’uomo non comprende la ragione di questa richiesta, ma sa che il volere di Dio deve essere eseguito. Così impugna un’arma ma mentre sta per uccidere il figlio, Dio lo ferma.

Il sacrificio di Abramo - Origine
Il Sacrificio di Abramo da Origene

Non voleva che assassinasse davvero quel ragazzo, voleva unicamente mettere alla prova la fede di Abramo. Intendeva fargli comprendere che gli uomini non sono gli autori di sé stessi. Così si passa allo Stadio Religioso, il più perfetto. Chi ne fa parte entra in un rapporto personale e diretto con l’Onnipotente. La fede che il filosofo indica nel terzo ed ultimo Stadio è la religione cristiana, che si fonda sul paradosso di un Dio che si è fatto uomo. Crederci è un atto di fede, del cuore, che nulla ha a che vedere con la razionalità.

L’Oltreuomo di Nietzsche, l’aforisma del paesaggio lunare e la malattia mentale

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Friedrich Nietzsche . immagine dal web

Friedrich Nietzsche era un genio, anche se incompreso. A soli 24 anni ottenne la cattedra di Filologia Greca e Latina all’università di Basilea, superando docenti molto più anziani di lui. Chi è cultore delle lingue classiche e conosce la complessità delle discipline, ben comprenderà la grandiosità di questo evento. Il problema è che Friedrich aveva ereditato dal padre una malformazione al cervello, causa della prematura morte del genitore, che gli provocava vertigini, forti nausee, e atroci mal di testa. Disturbi che pian piano gli impedirono di recarsi fisicamente a tenere lezione all’ateneo. Rinunciò così al lavoro e in lui si fece l’argo un’idea, molto antesignana per i tempi: creare per la sua filosofia una platea di studenti virtuali. “ Io non sono un uomo – si autocelebrò in Hecce homo – sono dinamite”. Facile immaginare un’idea del genere ai nostri tempi, difficile pensarla nel XIX secolo.

Come attuare questo desiderio? Pubblicando quanti più libri possibili,  tutti a sue spese, in modo che i giovani dei paesi europei potessero consultare la sua filosofia direttamente dalla carta stampata. La bibliografia dell’autore è vastissima. Il suo desiderio si realizzò, purtroppo non quando era in vita. Oggi Friedrich Nietzsche è tra i pensatori più amati al Liceo e tra i più letti dagli amanti della filosofia. Anche per la sua scrittura, piena di aforismi da interpretare.

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Lou Salomè, Paul Rée w Friedrich Nietzsche ai tempi della loro amicizia. foto dal web

Tant’è che quando la malattia mentale iniziò a palesarsi, accellerata da una pesante delusione d’amore, per il rifiuto di Lou Salomè, ex ballerina russa di 21 anni, dalle grandi doti intellettive che la portarono a prendere parte a importanti discussioni culturali della Germania dell’epoca, e ad essere amica di Rilke e di Freud. Purtroppo a donna gli preferì l’amico di entrambi, Paul Rée, con cui andò a convivere, pratica ai tempi illegale.

Tra i  temi più famosi della filosofia nietzschiana c’è quella dell’ Übermensch, termine erroneamente tradotto in italiano come Superuomo, mentre, come sostiene lo studioso Gianni Vattimo, avrebbe dovuto essere interpretato come Oltreuomo.

L’Übermensch di Nietzsche non è un uomo superlativo, ovvero il migliore degli uomini esistenti, ma un oltre uomo, cioè un essere che al momento non esiste, ma arriverà per porre ordine al caos. E’ colui che sopravviverà  a una sorta di selezione naturale.

Come lo si riconoscerà? Il suo arrivo è preannunciato in Così parlò Zarathustra nell’aforisma “La visione e l’enigma”. Il profeta dell’Oltreuomo narra di ritrovarsi improvvisamente di fronte ad un paesaggio lunare e di scorgere la figura di un pastore, che convulsamente si rotola a terra. D’improvviso il filosofo si rende conto, osservando il suo volto paonazzo, che gli penzolava dalla bocca un serpente nero che probabilmente si era intrufolato in quella cavità mentre il malcapitato dormiva vicino al suo gregge. Così Zarathustra d’istinto gli gridò “Mordi, mordi!” il giovane così fece, sputando la testa del serpente ucciso. “Non più pastore – scrive Nietzsche – non più uomo, un trasformato, un circonfuso di luce, che rideva. Mai prima al mondo aveva riso un uomo, come lui rise!”

Cosa significa? Che quel pastore, sul cui viso trionfava un sorriso che mai nessun uomo aveva avuto prima, si era trasformato in Oltreuomo, poiché aveva vinto il serpente, ovvero il ribrezzo per l’eterno ritorno dell’uguale. Questo concetto sancisce una riapparizione della visione ciclica del tempo, dove gli eventi si ripetono,  tipica del mondo greco, contro quella lineare del mondo cristiano, dove gli eventi sono unici e irripetibili.

L’Oltreuomo, per Friedrich Nietzsche è colui che dice sempre sì alla vita, che è in grado di reggere alla disperazione per la morte di Dio, che fa proprio l’eterno ritorno, che si pone come volontà di potenza, e che procede oltre il nichilismo, ovvero l’assenza di valori. Ha più diritti rispetto ai comuni esseri viventi, ma possiede anche più doveri rispetto ad un uomo qualsiasi.

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Una delle ultime immagini del filosofo

Negli ultimi anni della sua vita il filosofo si trasferì a Torino, in cerca di pace grazie al salubre clima, per le sue varie malattie. Fu qui che manifestò i segni della follia, scrivendo una serie di lettere, i cosiddetti biglietti della pazzia, indirizzati a personaggi vari, tra i quali anche il Papa e il re d’Italia. A Torino si verificò anche il celebre episodio del cavallo bastonato dal padrone, che Friedrich corse a proteggere, baciandolo addirittura. Alcuni conoscenti scrissero ai migliori amici del filosofo in Germania, che preoccupati le vennero a prendere e lo fecero ricoverare in una clinica psichiatrica a Basilea. Non si riprese mai. E fu un’ingiustizia, perché non ebbe la fortuna di scoprire che in quegli anni il suo desiderio da ragazzo si era realizzato. Le sue opere circolavano ed erano apprezzate in tutta Europa, ed il suo nome acquistò fama. Anche se ci fu qualche malpensante che ipotizzò, che Nietzsche fosse sempre stato pazzo e avesse elaborato le sue opere in modo non cosciente. Ad avvalorare questa tesi citavano la strana forma letteraria e il continuo ricorso a metafore e aforismi. Non era vero. Friedrich era sano di mente, tranne negli ultimi anni di vita. A questi malpensanti si potrebbe rispondere con una celebre frase di Nietzsche: “Io amo i coraggiosi: ma non basta essere bravi guerrieri, si deve anche sapere chi colpire. E spesso c’è maggior coraggio nel trattenersi e passare oltre, per risparmiarsi per il nemico più degno”.

Alcuni sostennero che la pazzia l’avesse ereditata dal padre,  altri che furono gli episodi della sua vita a sconvolgerlo. Forse la verità ce l’ha rivelata Nietzsche stesso quando dichiarò: ”Se guarderai a lungo in un abisso, anche l’abisso vorrà guardare dentro di te”.