Friedrich Nietzsche dal cuore infranto

Friedrich Nietzsche,  all’apparenza, con i suoi folti baffi neri e l’aspetto tozzo, non era una grande bellezza, ma era pur sempre super intelligente. Tant’è che ottenne a soli 24 anni, la cattedra di filologia greca e latina all’Università di Basilea. La donna che attrasse i suoi desideri, sentimentali e carnali, fu la giovane ex ballerina russa Lou Salomè, una bellezza sinuosa e delicata per i canoni di fine Ottocento. Il filosofo se ne innamorò perdutamente, oltre che per la sua avvenenza,  per la sua intelligenza.

Lou era figlia, unica donna su una prole di sei, di Gustav, un generale russo, la cui dimora era di fronte al Palazzo d’Inverno. La ragazza ricevette un’istruzione lodevole: conosceva il francese, il tedesco, era erudita di filosofia, teologia e storia delle religioni. Il suo talento, la sua preparazione e il suo sapersi presentare in società, la trasformarono, nella vita, in una scrittrice e in una psicoanalista, collaboratrice molto apprezzata da Sigmund Freud.

Ella conobbe Nietzsche che all’epoca aveva 38 anni nel 1882, a Roma in San Pietro, quando lei ne aveva appena 21. Il filosofo tedesco, fu invitato dal collega Paul Rèe a conoscere questa donna straordinaria di cui anche lui era innamorato, e dichiaratosi era stato rifiutato. Per Nietzsche  fu amore a prima vista e le chiese:  “Cadendo da quali stelle ci siamo venuti incontro fin quaggiù”?

Il tedesco le propose di costituire una sorta di cenacolo, una trinità filosofica, con il comune amico Paul Rèe, che di anni ne aveva 32.

Friedrich era un uomo che non perdeva tempo e propose a Lou di sposarlo, ma lei rifiutò. Lui cadde in una profonda depressione, e non le rivolse più la parola. Lei pur non essendo attratta fisicamente da Rèe, ma solo intellettualmente, andò a convivere con lui. La sorella di Nietzsche, Elisabeth, che la odiava profondamente, fu molto felice di apprendere della lite col fratello. Ben pensò anche di ricattarla. Le intimò che mai più avrebbe dovuto cercare Friedrich nella sua vita, altrimenti lei l’avrebbe denunciata alla polizia. Ai tempi, difatti, convivere per una donna nubile, era reato e si rischiava la galera.

Il legame con Rèe, tuttavia, non durò più di due anni e Lou finì per sposare l’orientalista Andreas, che aveva tentato il suicidio dopo il suo rifiuto, ma alla fine l’aveva convinta. Il loro matrimonio non fu consumato. La prima volta della rubacuori Lou Salomè ci fu con il poeta Rilke, giovane ventiduenne, quando lei di anni ne aveva 36. L’esperienza fu così sconvolgente che la ispirò a scrivere il romanzo Erotica, che ebbe un enorme successo in Europa. Tra i due ci fu una lunga e tormentata relazione. Paul Rèe, fu ritrovato suicida in un fiume, Nietzsche morì in manicomio, non certo per colpa di Lou, ma diciamo che il suo cuore innamorato infranto ebbe un suo ruolo. Cosa aveva di tanto speciale questa donna? Probabilmente una mente brillante, rara, che fece innamorare e patire struggimento negli animi di grandi uomini di cultura dalla viva intelligenza.

La casa di Babbo Natale ed altre curiosità

Una credenza piuttosto curiosa riguarda la sede ufficiale di Santa Claus, che abiterebbe in Finlandia, a Rovaniemi, dove si trova anche il suo ufficio postale.
La casa vera, però, quella segreta, è a Korvatunturi. Il nome finlandese significa <montagna-orecchio>, pare, infatti, che la montagna presso la quale è il villaggio, somigli alle orecchie di una lepre. La leggenda vuole che da queste grandi orecchie Babbo Natale ascolti quello che fanno i bambini per decidere se meritano i doni oppure no. Quando ci fu lo scisma tra la chiesa Cattolica e quella Protestante quest’ultimi non desiderarono più festeggiare san Nicola quale esempio di generosità e carità cristiana, troppo legato al cattolicesimo. Fu così che ogni nazione inventò il proprio “Babbo Natale”. Per i francesi fu “Pere Noel”, in Inghilterra “Father Christmas” (sempre dipinto con ramoscelli di agrifoglio, edera e vischio) e la Germania aveva “Weihnachtsmann” (l’uomo del natale). All’epoca in cui i comunisti assunsero il potere in Russia e rifiutarono la chiesa Cattolica vollero avere anch’essi il loro “Babbo Natale” e lo chiamarono “Il Grande Padre del Gelo”.  Invece del consueto abito rosso lo vestirono in blu. Per gli Olandesi fu “Sinterklaas” che a causa di una cattiva pronuncia degli americani divenne “Santa Claus”. Tutte queste figure natalizie si differenziavano fondamentalmente per il colore delle vesti, chi blu, chi nero, chi rosso; gli unici elementi che avevano in comune erano le lunghe barbe bianche e il loro regalare doni. Era una fredda notte d’inverno, fra gli anni 243 e 366 dopo Cristo, quando nell’antica Roma imperiale, amici e parenti si scambiarono le prime “stranae” per festeggiare il “dies natalis”. Da allora l’usanza si è tramandata di generazione in generazione, assumendo valori e motivazioni differenti. Molti sono gli estimatori di Babbo Natale, ma come al solito gli americani per le trovate pubblicitarie e per le stramberie sono ineguagliabili. Tant’è che negli Stati Uniti è addirittura nata un’associazione, la “Institute of Scientific Santacluasism”, che sostiene l’esistenza di Santa Claus e ne ricerca le prove che avvalorano le loro teorie.

Comunque stiano le cose, se non ci fosse lui, Natale non sarebbe Natale…

Chi è l’antenato di Babbo Natale? Thor, Odino o San Nicola di Bari?

Un uomo molto simile a Babbo Natale, è esistito per davvero: san Nicola di Bari. Nato nel IV secolo a Patara, in Turchia, da una ricca famiglia, divenne vescovo di Myra, in Lycia. Quando morì le sue spoglie furono ivi deposte dove restarono fino al 1087, cioè l’anno in cui furono portate a Bari, città di cui divenne santo protettore e dove le reliquie sono tutt’ora conservate.

Negli anni immediatamente successivi alla sua morte, si diffusero tante leggende che lo vedevano protagonista. Una tra le più famose, descritta anche nel “Purgatorio” di Dante è quella delle tre giovanette, molto povere, destinate alla prostituzione poiché il padre, caduto in miseria, non aveva i soldi per “maritarle”.

San Nicola in groppa al suo asinello, intendo ad elargire doni

Nicola, addolorato dal pianto e commosso dalle preghiere del nobiluomo, decise di intervenire lanciando per tre notti di seguito, attraverso una finestra sempre aperta del vecchio castello, tre sacchi di monete che avrebbero costituito la dote delle ragazze. La prima e la seconda notte le cose andarono come stabilito. Eppure, inspiegabilmente, la terza notte san Nicola trovò la finestra sbarrata. Deciso a mantenere comunque fede al suo proposito, il vecchio dalla lunga barba bianca (chi vi ricorda?) si arrampicò sui tetti e gettò il sacchetto di monete attraverso il camino, dov’erano appese le calze ad asciugare, facendo la felicità dell’intera famiglia. Altre versioni raccontano di come Nicola regalasse cibo alle famiglie meno abbienti calandoglielo anonimamente attraverso i camini. Secondo novelle tradizionali, questo santo sarebbe entrato in possesso di un oggetto mistico, il Sacro Graal, che, oltre ad essere responsabile della sua capacità di <produrre in abbondanza da regalare>, fu causa del trafugamento delle sue spoglie per volere di papa GregorioVII. Dunque, stando a questi racconti, il primo portatore di doni della storia è stato San Nicola di Bari. Amato e venerato un po’ in tutta Europa, specie in Belgio e in Olanda, veniva ricordato il 6 dicembre: in groppa ad un asinello bianco oppure a cavallo, andava nella case portando doni ai bimbi buoni. Ad accompagnarlo c’era lo gnomo Peter il Nero, che puniva i bambini cattivi.
Alcune fonti autorevoli fanno risalire le radici del “mitico portatore di strenne” al teutonico Odino e al germanico Thor.

Il Thor cinematografico

Quando gruppi di immigrati olandesi si spostarono in America, fondando Nuova Amsterdam (divenuta poi New York), portarono con sé anche le tradizioni, tra cui Sinter Klass (san Nicola). Il personaggio piacque ben presto anche ai coloni inglesi, che trasformarono il nome in Santa Claus. Nel corso dell’Ottocento egli cambiò mezzo di trasporto, spostandosi con una slitta trainata da otto renne volanti, ognuna con il proprio nome. Fu Clement Clark Moore, nel 1823, con l’opera “A Visit from St. Nicholas” (Una visita da San Nicola) a dargli la configurazione attuale di <vecchio elfo paffuto>.

In origine Babbo Natale era raffigurato con gli abiti verdi, come un elfo

A dare infine una delle ultime pennellate nel creare l’immagine del nostro Babbo Natale fu l’illustratore Thomas Nast che tra il 1862 e il 1886 disegnò una serie di celebri tavole dedicate al personaggio, ormai associato alla festività natalizia. Sono sue creazioni la casa al Polo Nord, la lista dei bambini buoni e cattivi e la fabbrica dei giocattoli dove lavorano gli gnomi aiutanti.

Nel 1931 l’azienda che produceva la Coca Cola decise di utilizzare Santa Claus nella propria pubblicità natalizia. Vestito dei colori della ditta, il rosso e il bianco, venne raffigurato come un simpatico vecchietto panciuto, questa volta di dimensioni naturali, che beveva allegramente la bibita. Pare che il suo disegnatore, lo svedese Haddon Sundblom, si fosse ispirato a un vicino di casa, un tipo allegro e di aspetto particolarmente florido. Questa immagine, divenne la raffigurazione “ufficiale” di Babbo Natale, e nessuno ormai potrebbe figurarselo in modo diverso.

Chi deve governare uno Stato? Risponde Platone

Tra i cittadini chi è destinato a governare uno Stato?

Busto di Platone

Colui che ha passione politica ma non è istruito? No.

Colui che è amato dalla massa ma non ha capacità? No.

Potrei continuare con molte altre questioni, visti i dibattiti politici dei giorni nostri e la presunta incapacità, su campo pratico, di molti uomini al potere che si sono succeduti negli anni, da varie e diverse fazioni politiche. Vado tuttavia direttamente alla risoluzione della questione, trovata da Platone nella Repubblica, dove descrive il suo governo ideale.

Può reggere uno Stato solo chi ha le doti necessarie, colui che lotta per il bene di tutti e al tempo stesso si merita di stare al potere. Come si comprende chi ha l’attitudine al comando? Attraverso gli studi, scanditi da esami di sbarramento, volti a comprendere qual è l’anima dominante di ogni individuo. Per Platone ciascun uomo possiede in se tre anime: la razionale, l’irascibile, la concupiscibile.

Ad ognuna di esse corrisponde una virtù, che contrassegna il carattere degli uomini che la possiedono in forma dominante. In base a questo ogni uomo, dopo la selezione per comprendere le sue attitudini, andrà a far parte di una delle tre classi sociali, che avrà un compito specifico. Esse hanno pari dignità, e ognuno merita rispetto, perché concorre al buon funzionamento dello Stato. Così chi possiede come anima dominante la razionale apparterrà alla classe dei Governanti, avendo quale anima predominante la razionale, la più perfetta. Solo chi sa tanto ha le doti per perseguire la giustizia.

Quanti avranno come anima dominante quella irascibile e quindi come virtù il coraggio, andranno a far parte della classe dei Guerrieri, occorrendo molta forza d’animo svincolata dalla paura, per difendere i confini della Repubblica. Infine coloro che avranno come anima dominante quella concupiscibile, possedendo come virtù dominante la temperanza, ovvero la moderazione, saranno collocati nella classe dei Produttori, ovvero quanti si occupano del sostentamento materiale della società ideale. Perché questi gruppi sociali hanno pari dignità? Perché ognuno si occupa di un compito specifico e se non lo fa bene, causerà la fine dello Stato. Quelli che nascono con l’anima razionale dominante dovranno governare perfettamente lo Stato, senza il quale nessuno potrebbe essere felice, hanno più doveri rispetto agli altri, ma non sanno coltivare la terra, né allevare il bestiame. Se non ci fossero i produttori, abilissimi in questo settore, morirebbero di fame, e non potrebbero più  dedicarsi alla politica. Così se i guerrieri non avessero coraggio e abilità militare, i confini sarebbero invasi da un dominatore straniero che distruggerebbe la Repubblica. Quindi ogni gruppo assolve a compiti specifici, il cui incastro permette il funzionamento ottimale dello Stato. Ma i governanti non devono asservire i produttori, perché senza di loro lo Stato morrebbe allo stesso modo se al potere ci fosse un uomo incapace.

Quando la giustizia sarà infranta? Platone risponde con il Mito dei fili d’oro che è una profezia. “E così favoleggiando, noi diremo loro: voi cittadini siete tutti fratelli, ma il dio che vi ha plasmati, oro mischiò nella genesi di quelli fra voi che hanno attitudine al comando, ed argento mischiò nei difensori e ferro e rame in chi nasce produttore […] Vi è un oracolo che dice che lo Stato morrà quando sia governato da chi ha in sé o ferro o rame”.

Cosa vuol dire? Che la giustizia, che lavora per la felicità di tutti, sarà infranta quando ci sarà lo scambio dei compiti specifici, quando al potere salirà chi romperà il sistema. Cioè quando chi non ha le doti per governare, e lo ha dimostrando non superando le prove, alle quali tutti hanno avuto la possibilità di accesso e nessuno è stato favorito, è così arrogante e violento da prendersi il governo con la forza, non essendo poi capace di farlo funzionare. Ma se avviene lo scambio dei ruoli, anche il governate non sarà capace di far fruttare la terra, perché non è la sua dote primaria. E’ questa la fine dello Stato ideale. Quando qualcuno che non sa fare una cosa si arranca il diritto di farla comunque.

Eraclito di Efeso: perché fu soprannominato l’oscuro?

Eraclito (VI – V sec.a.C) di Efeso (nell’odierna Turchia), il celebre filosofo del Panta Rhei,  “Tutto scorre”, decisamente non era socievole e non aveva un buon carattere.

Fu questo uno dei motivi per cui ricevette il soprannome di “Oscuro”. Difatti, sebbene fosse di famiglia aristocratica, si disinteressò della politica e della vita sociale della sua Polis.

 Non solo. Riteneva talmente tanto elevata la sua filosofia, esposta nel poema Sulla natura, da ritenere degne di accostarvisi solo le divinità. Una volta conclusa l’opera , stando a Diogene Laerzio, la depose nel tempio dedicato ad Artemide, eretto nel bosco, donandola agli dei dell’Olimpo.

Un altro motivo per cui fu soprannominato l’oscuro è che usò un linguaggio difficilissimo per redigere quest’opera. E lo fece apposta. Perché doveva essere letta solo da quanti avevano le doti intellettuali per comprendere quanto vi era scritto. Chi vi sarebbe riuscito? Quelli che lui definiva “Svegli”, ovvero i filosofi, coloro che per approcciarsi al sapere, si affidavano alla ragione. Questa categoria di uomini è l’opposta dei dormienti, ovvero quelli che si affidano ai sensi per conoscere. Tuttavia la sensibilità è ingannatrice, poiché come nel sonno ci fa credere che cose irreali esistano davvero, così ci inganna sulla vera sapienza nel mondo.

Eraclito, alcuni anni fa, in Italia, è tornato alla ribalta della cronaca per essere incluso nel testo di Francesco Gabbani, Occidentalis Karma con il quale ha trionfato a San Remo. Nel motivo del testo il suo aforisma più noto: Panta Rhei, tutto scorre.

Molto bello, se non fosse che in realtà, Eraclito, non elaborò mai questo motto, che invece fu concepito dai suoi discepoli per identificare una metafora, questa volta sua, che ci è arrivata attraverso un frammento: il fiume.

Secondo il filosofo di Efeso non è possibile immergersi per due volte nello stesso fiume, poiché esso perennemente scorre e cambia, e anche gli uomini, con il trascorrere del tempo, mutano. Dunque la verità, l’origine di tutte le cose, è la trasformazione, il divenire.

Per tale motivo secondo Eraclito tutte le cose deriverebbero da quell’elemento naturale che egregiamente identifica la perenne trasformazione: il fuoco.

Letta la sua opera, il re di Persia, Dario, lo invitò a corte, promettendogli gloria ed oro. Eraclito rifiutò, sostenendo che a lui la gloria non interessava. E se ne andò a vivere nei boschi, diventando vegano, cibandosi solo di erbe. Fu per questo che si ammalò di idropisia. Ma questa è un’altra storia…

Immanuel Kant Vs Coronavirus: l’Imperativo Categorico ci salverà?

di Conny Melchiorre

La prima volta che sono entrata in classe, come docente di filosofia, tra me e gli alunni del Quinto c’erano appena 6 anni di differenza. Ora potrei essere la loro mamma. Giovane, sia ben chiaro.

E’ trascorso del tempo, eppure, da allora, ogni volta che entro per la prima volta in un’aula, la mia lezione è sempre la stessa: “Che cos’è la filosofia? A cosa serve oggi”?

E siccome, stando al buon Aristotele, la filosofia nasce dalla meraviglia e si nutre di domande, il pensiero di noi addetti ai lavori della ragione, non si arresta mai.

Capita di riflettere in situazioni odierne, anche drammatiche, su come la filosofia possa essere d’aiuto al mondo.

Il coronavirus ha generato una pandemia. Si diffonde velocemente, colpisce numerose persone ed è presente in tante nazioni.

E’ una pandemia come lo sono state la Peste, il Colera, l’Influenza Spagnola.

Un vaccino ancora non è stato messo appunto, in forma definitiva. Ma abbiamo dei mezzi per contrastare il contagio: indossare le mascherine, disinfettare spesso le mani e mantenere il distanziamento sociale.

Ed è citando queste regole, che sento Immanuel Kant, filosofo del Criticismo che, mi sussurra: Imperativo Categorico, Imperativo Categorico.

Ecco, la nuova ondata, visto che siamo a conoscenza di come evitare il contagio, fa appello a una scelta di fondo degli esseri umani, di cui il pensatore parla in una delle sue più celebri opere La critica della Ragion Pratica (1788).

L’uomo può scegliere come agire tra due opzioni. L’Imperativo ipotetico (Fa questo se…) tipico della legalità e l’Imperativo categorico (“Fa questo”) tipico della moralità.

Ogni azione può essere comandata nell’una e nell’altra forma.

“Non rubare se non vuoi finire in prigione”. Questo è un esempio di imperativo ipotetico. Io non rubo non perché è un’azione spregevole e perché la legge morale mi dice di non farlo, ma non rubo per il secondo fine, ovvero per non andare in galera.

Quest’azione esteriormente è legale, ed io non posso essere incriminato. Avrei voluto rubare nel mio cuore ma, esteriormente, non ho infranto la legge. Certo, non si è imputabili legalmente, ma condannabili moralmente. Io infatti non ho rubato, non per il puro rispetto della legge, ma perché avevo paura della punizione.

A scuola ci sono delle regole ben precise, negli uffici pubblici anche. E’ nella vita privata che le regole si potrebbero infrangere.

Se nell’esperienza del coronavirus vincesse l’Imperativo Categorico di Kant l’avremmo già debellato, perché tutti indosseremmo  la mascherina, ci laveremmo spesso le mani  e terremmo il distanziamento. Invece nei luoghi dove siamo costretti, molti seguono l’imperativo Ipotetico. Mettono la mascherina altrimenti sono sanzionati. Ma dove non c’è il controllo, mancando la sanzione, manca il seguire la regola. Ed è lì che avviene il contagio. Nei luoghi considerati sicuri, a casa, propria e di amici, alle feste private etc. C’è poi chi se ne infischia e non segue le regole neppure dove sarebbe costretto, appellandosi alla non esistenza del problema o alla libertà del volere.

Ma fino a dove può spingersi la libertà di un individuo? E’ una delle prime regole dell’antropologia: fino a dove non si lede la libertà altrui. E in questo caso è il diritto alla salute. Perché se uno indossa la mascherina, non vuole ammalarsi per colpa di un pinco pallino che inneggia alla violazione della sua indipendenza.

Se invece tutti fossimo educati, non certo in un mese, ma nel corso di anni, all’Imperativo Categorico di Kant, cioè che un’azione va fatta, punto e basta, faremmo ciò che è da fare, spinti da un impeto interiore al giusto.

Solo allora, raggiungeremmo il Sommo Bene kantiano nel suo aspetto più concreto. Ovvero il coronamento della felicità grazie alla pratica della virtù.

In questo caso la virtù è rappresentata dalle regole di prevenzione del contagio. Indi se mettessimo la mascherina anche dove non siamo controllati, non ci ammaleremmo, non contageremmo nessuno e daremmo vita ad un mondo che finalmente si libererà da questa pandemia, come si è sbarazzato dai passati flagelli dell’umanità.

FICHTE, SCHELLING ED HEGEL: AMICI O NEMICI?

L’Idealismo è la filosofia del Romanticismo e spiega la manifestazione dell’Assoluto, ovvero l’insieme di Intelletto e Immaginazione.

Fichte

A seconda del luogo dove si rivela lo Spirito, concetto che  niente ha a che vedere con il paranormale, il sentimentale o il religioso, abbiamo tre orientamenti di pensiero fondati da altrettanti filosofi.

Fichte, il più anziano dei tre, crea l’Idealismo Etico, dove l’Assoluto si pone nel soggetto. Schelling, il più geniale visto che viene ammesso all’università a soli 15 anni (battendo anche Kant che vi entrò a 16), sostiene che l’Assoluto si manifesta nella natura, intesa come infinito essere animato. Egli fonda l’Idealismo Estetico giacché attribuisce all’arte un valore fondamentale.

Hegel, il più famoso tra i tre, ma anche il più dotato di autostima, ritiene che lo Spirito, grazie alla sua filosofia, abbia accelerato il suo processo di manifestazione nella storia, e stia per diventare razionalità assoluta proprio nell’epoca contemporanea.

Hegel

Che rapporto c’era tra i tre?

Fichte era figlio di contadini sassoni, molto poveri, ma la sua bravura fu notata da un ricco possidente locale, che decise di farlo studiare, divenendo il suo precettore. Frequentò l’università a Jena e Lipsia, ottenendo la cattedra di filosofia proprio a Jena, fulcro dei più brillanti intelletti tedeschi. Fu espulso, tuttavia, con l’accusa di ateismo. Nuova gloria ebbe quando gli fu offerta la cattedra di filosofia alla neonata università di Berlino, che sarebbe entrata in competizione per conquistare lo scettro dell’ateneo più ambito.

Hegel e Schelling riconoscono a Fichte il merito di essere il fondatore dell’Idealismo, ma ritengono che abbia commesso degli errori, e ciascuno di loro reputa di essere migliore dell’altro.

Schelling

Il rapporto tra Schelling ed Hegel è molto più particolare perché erano amici.

Frequentavano entrambi il collegio di Tubinga, dove introducevano, di nascosto, i testi dei principali filosofi illuministi, leggendoli di notte.

La struttura era difatti gestita dai gesuiti che bandivano il ruolo centrale della ragione.

Alcuni compagni raccontarono che una notte, Schelling ed Hegel , furono scoperti a ballare, addirittura nudi, intorno ad un albero della libertà, che avevano addobbato per l’occasione.

Esso era un simbolo della Rivoluzione Francese e delle idee repubblicane. Furono severamente puniti.

Se in gioventù il loro rapporto fu di complicità, ben presto, contendendosi le stesse cattedre universitarie e gli stessi studenti, entrarono in conflitto.

L’albero della libertà

Smisero di parlarsi quando Hegel descrisse l’Assoluto di Schelling, come “La notte in cui tutte le vacche sono nere”.

L’ex “ballerino”, non perdonò mai al vecchio amico, di aver accostato il suo pensiero a dei bovini.

E chi non avrebbe fatto lo stesso?

Le leggende dell’Equinozio d’Autunno

<SE san Michele si bagna le ali piove fino a Natale se san Michele non bagna le ali farà bello fino a Natale>.

San Michele

San Michele arcangelo, è il patrono dell’equinozio d’autunno e, secondo questo detto popolare, è il responsabile dei fenomeni metereologici fino alle feste natalizie, stabilendo a seconda delle temperature registrate nel giorno a lui consacrato una invernata mite o severa.

Nel corso dell’anno la terra percorre un’orbita ellittica intorno al sole, per cui in certi periodi è più vicina e in altri è più lontana da questa stella. Durante gli equinozi il giorno ha la stessa durata della notte; successivamente a quello d’autunno, che cade il 21 settembre, le durate si invertono fino a raggiungere il 22 dicembre, solstizio d’inverno, cioè la data dell’anno nel quale il giorno dura meno ore in assoluto e nella calotta polare artica, a causa dell’inclinazione terrestre, regnerà la grande notte e in quella antartica il grande giorno.

In epoca ellenistica l’equinozio d’autunno era consacrato a “Kosmokerator”, signore e animatore del cosmo, caratteristiche che in epoca cristiana saranno per l’appunto ereditate dall’alato san Michele.

Percorrendo la fascia zodiacale il sole, attraversando ogni anno i quattro punti chiamati equinozi e solstizi scandisce le quattro feste cardinali: Natale, Pasqua, San Giovanni e San Michele.

L’equinozio d’autunno è stato protagonista di diverse culture religiose, ad esempio per i Celti l’anno nuovo iniziava con la luna crescente successiva all’equinozio d’autunno, esso consisteva di 13 mesi, 12 identici ai nostri mentre il tredicesimo, che cadeva alla fine di ottobre, era costituito di tre giorni, periodo di passaggio che collegava l’anno vecchio con il nuovo.

Quercia sacra autunnale

Ogni mese era governato da una luna e possedeva un albero sacro associato ad esso. Quello di settembre era la quercia.

Nella notte magica del 21 settembre gli antichi druidi, armati di un falcetto d’oro, si recavano nelle selve sacre di querce secolari per raccogliere dei rami di una pianta che <dalla folgore pareva generata: il vischio>.

Nella simbologia celtica l’albero rappresentava la via che univa quanto vi era in alto con quanto vi era in basso, mentre il vischio, che non affonda mai le sue radici in terra, era il simbolo della luce divina che discendeva in quella ricorrenza.

I nomi gaelici delle quattro stagioni risalgono ad epoche pre-cristiane: “Errach” indicava la primavera, “Samhradh” indicava l’estate, “Foghara” veniva usato per l’autunno e infine “Geamhradh” indicava l’inverno. Il calendario liturgico celtico prevedeva quattro feste del fuoco, che segnalavano il cambio di stagione. Quelle per l’inizio dell’estate e dell’inverno erano considerate festività maschili mentre quelle di primavera e autunno erano reputate fiamme femminili.

Anche nei circoli druidici l’equinozio d’autunno, chiamato “Alban Elued”, cioè “Luce dell’acqua” aveva una simbologia particolare.

Nel mondo ellenistico, in questo periodo si celebravano i riti misterici, tra i quali quelli di Mithra, signore del cosmo e portatore di luce. Nelle allegorie classiche Mithra era spesso raffigurato tra due portatori di fiaccola, Cautes con la torcia sollevata in alto a rappresentare l’equinozio di primavera e Cautopates, con la torcia abbassata a simboleggiare l’equinozio d’autunno.

Il mese di settembre, nel cosmo antico, era anche quello in cui si celebravano i Grandi misteri di Eleusi. I rituali eleusini si basavano sulla simbologia del grano e celebravano i miti di Demetra e Persefone.

Misteri Eleusini

Essi narrano come Persefone venne rapita da Ade, dio degli inferi perdutamente innamorato di lei, e di come sua madre Demetra, dea del grano e delle messi coltivate, la cercò in ogni luogo fin quando disperata si rifiutòdi far fruttificare la terra. Il suolo divenne arido e gli uomini chiesero aiuto agli dei. Demetra, stremata, si sedette per nove giorni e le altre divinità le fecero crescere intorno un campo di papaveri. Ella respirando il profumo dei fiori si addormentò e gli dei riuscirono ad ottenere da Ade il ritorno di Persefone, ma siccome nella sua permanenza nell’aldilà ella aveva mangiato tre semi di melograno, fu destinata a trascorrere ogni anno tre mesi negli inferi. E’ in quei mesi che sulla terra si abbatte l’inverno.

Il tema stagionale dell’equinozio è il raccolto; cibo e simboli di quello autunnale sono il vino, le pigne, le mele, le foglie, le patate, le noci, la verdura, il pane e l’idromele. Il colori sono il rosso, l’arancione, il marrone e l’oro.

Alla corte dei reali europei, foglie di patate in insalata…

patateLa “solanum tuberosum”, donata dalla dea Axomana agli Incas 2 mila anni fa, protesse con rapida crescita e semplice coltura le popolazioni europee dalle secolari carestie, divenendo cibo essenziale per i contadini di tutto il mondo.

Cibo divino e antichità profumata di leggenda per identificare un nutrimento basilare a tutte le tradizioni alimentari europee, comunemente conosciuta col nome di … patata.

In Colombia, Bolivia e Perù rappresentava, per gli abitanti degli altopiani, dove cresceva spontanea, una vitale vivanda.

Gli indigeni adottavano specifiche tecniche di conservazione, tra cui stendere i tuberi su letti di fogliame, per farli gelare di notte e poi, durante il giorno, far evaporare ai raggi del sole l’acqua che le donne ne ricavavano pestandoli. La procedura, resa possibile dall’umidità specifica di quelle altitudini, costante nel suo grado, era ripetuta per cinque giorni.

Le patate, una volta essiccate, erano conservate in magazzini con circolazione d’aria e, con i dovuti accorgimenti si mantenevano anche per 10 anni.

L’alimento era consumato in consistenza di farina, celebre “Chunu”, impiegato per zuppe condite con carne di lama e legumi.

L’approdo in Europa del tubero, importato dagli spagnoli dopo la conquista del Perù, è cinto di un alone di mistero. La prima varietà fu importa quale curiosità botanica, omaggio al re di Spagna, dallo spietato conquistador di terra peruviana Francisco Pizarro  nel 1524.

Alla pianta, negli iniziali decenni della sua diffusione, fu riservato un interesse prettamente scientifico e la sua prima descrizione completa, per opera del botanico inglese John Gerard è datata 1597.

Ad avvalorare tale tesi sono citate fonti che la indicano come rarità esotica coltivata negli orti dei più famosi erboristi o come pianta d’appartamento in alcune case signorili, apprezzata per gli splendidi fiori.

maiaFurono molte invece le resistenze che si dovettero superare prima di impiegarle nell’alimentazione giacché le patate erano ritenute portatrici di terribili malattie: lebbra, tubercolosi, affezioni ghiandolari, febbri e quant’altro esistesse di terribile.

I più coraggiosi non sapevano bene come cucinarle e le consumavano erroneamente: taluni bollendole e poi mangiandole con la buccia, altri friggendole, sempre con la buccia, e poi inzuppandole nel vino.

In Europa, l’Irlanda fu tra i primi paesi ad impiegare la patata come nutrimento per quegli uomini che stavano letteralmente morendo di fame, mentre negli altri Stati era usata quale cibo per animali d’allevamento.

Vita più complessa ebbe il tubero in Inghilterra, Germania, Francia ed Italia.

Esso toccò per la prima volta il suolo inglese nel 1585, grazie al pirata gentiluomo Sir Francis Drake, navigatore alle dipendenze di sua maestà Elisabetta I che, tornando da una missione, le fece dono della prelibatezza culinaria.

Ma Drake dimenticò di suggerire al cuoco reale come cuocerla così, all’ignaro chef, venne in mente di creare con le foglie …un’insalata.

La regina non dovette gradire molto il pranzo visto che passarono duecento anni, prima che il tubero fosse impiegato comunemente nelle cucine.

In Germania si diffuse a partire dal XVIII secolo e nei Paesi Bassi divenne alimento nazionale nel XIX secolo.

Vero e proprio fallimento fu invece la diffusione francese dello “strano ortaggio”, come lo additavano, seppure Maria Antonietta assieme alla casa reale cercò di promuoverne il consumo portandone, in una sorta d’antico sponsor, i fiori sul corpetto.

guerra sette anni
Guerra dei 7 anni

Fu il farmacista Parmentier, scoperte le sue proprietà dietetiche quand’ era prigioniero dei prussiani nella “Guerra dei 7 anni”, ad appoggiarne l’impiego ottenendo un pronunciamento dell’Accademia di Besancon che proclamò nel 1771 la patata: <pianta che può supplire alla nutrizione dell’uomo in tempo di carestia>.

Il farmacista desunse inoltre la sua fondamentale funzione nello studio degli eventi storici, tra cui le guerre fratricide che intorno ai secoli XVI e XVII dilaniarono l’Europa.

Le soldatizie, per conquistare i popoli, solevano bruciare le messi di grano per affamarli eppure, ciò nonostante, gli agricoltori evitarono la strage d’intere generazioni sostituendo grano con patate che, oltre a non poter essere bruciate poiché protette dal terreno, potevano anche essere conservate per anni nelle cantine.

In Italia la patata fu introdotta da Ferdinando II, granduca di Toscana, nei primi anni del XVII secolo, ma fu solo nel primo ‘800 che le nostre popolazioni superarono il timore della loro velenosità.

Il mais: un rimedio storico alle carestie

pannocchie<In un pomeriggio di fine estate, nel tepore della mezza stagione che si colora di giallo marrone e vinaccio, è schierata nei poderi la grande armata di granturco, adorna di pennacchi, pronta alla colossale battaglia…dei pop corn.>

Nella cognizione comune l’idea di “pop corn” corre indietro negli anni e si lega strettamente a quelle immagini di vecchi cinematografi americani, ignorando i più, che i nostri avi contadini nelle fiorenti campagne facevano largo uso di “cappelletti”, abbrustoliti sul fuoco con la “conciarella” del grano. Dalle pannocchie si ricavava la farina di mais, impiegata per i piatti tipici della tradizione : per la polenta condita specialmente con sughi di cacciagione e per la pizza di “grandign”, accompagnata alla verdura.

<Ogni ricchezza dalla terra viene> recitava un antico detto popolare, significando che chi voleva mangiare adeguatamente nel corso dell’anno, in qualità e quantità, doveva ben coltivare il proprio campo.

La raccolta del frumentone avveniva, ed in alcune famiglie ancora avviene, tra settembre ed ottobre, creando l’occasione per organizzare, a lavoro ultimato, qualche festicciola.

Dopo aver staccato dalla pianta le pannocchie, si lasciavano ad essiccare per qualche giorno, per poi incontrasi nuovamente allo sfoglio del torso, cioè quando i chicchi di mais erano separati dalle foglie a loro volta ribaltate per intrecciarle in corone, rese più forti dall’aggiunta di giunco. Quest’operazione era dedicata alle pannocchie migliori, i cui chicchi sarebbero stati utilizzati in primavera per la semina.

nonna
Materasso di scartocci – immagine dal web

I più poveri invece, non possedendo lana di pecora, ne facevano materassi di “scartocci”. La parte buona, vale a dire il torso con i chicchi, si mangiava cucinata lessa o fatta alla brace, mentre i chicchi più duri, sgranati, erano di volta in volta macinati nei mulini. Era convinzione popolare che <per i poveri la farina di mais fosse l’equivalente della farina di grano per i ricchi>.

Se col granturco il contadino italiano “visse poveramente ma non morì di fame”, lo stesso concetto potrebbe essere applicato ai casi olandesi e irlandesi con l’introduzione della patata. Il granturco permise dunque la sopravvivenza, ma certamente non produsse mutamenti, da un punto di vista proteico e vitaminico, di calorie e di minerali nei più diffusi standard e parametri nutritivi. Il mais liberò gran parte della popolazione dalla stretta dipendenza dai cereali tradizionali: non solo dal grano, che in molti casi era una sorta di miraggio, quanto da orzo, miglio, grano saraceno, segale, che troneggiavano sulle mense rurali sia sotto forma di schiacciate o di pani, sia come polenta “bigia” di manzoniana memoria.

polenta
La polenta cucinata in modo tradizionale – immagine dal web

Il mais è un cereale e costituisce il seme “zea mays, pianta erbacea annua della famiglia delle graminacee. Esso è originario dell’America centro-meridionale ed il suo nome primitivo, “maiz” è di derivazione arauca. Quando i conquistadores spagnoli arrivarono in Messico, trovarono una civiltà molto avanzata e dai costumi culinari a loro avviso molto strani. Tuttavia i banchetti serviti alla corte di Moctezuma erano degni di figurare nei più sontuosi festini offerti alle corti del “vecchio continente”.
La dieta dell’età precolombiana era basata sull’uso del mais, considerato pianta sacra. “Tortillas”, “tamales” e tanti altri piatti tipici messicani venivano confezionati con la sua farina.
Questo regime dietetico a base di granturco veniva integrato con carne soprattutto cacciagione e verdure come pomodori, patate dolci e fagioli.

In Italia si trovano quasi esclusivamente mais di tipo “indurata”, cioè a granello in parte corneo e in parte farinoso.